Jolly Blue è una delle prime canzoni degli 883. Senza la e finale, è il primo film degli 883. Anzi, è il film – l’unico film.
In tal senso, il titolo è chiarissimo: Jolly Blu – Il film degli 883.
È una chicca di fine anni ’90: stroncato in lungo e largo dalla critica (a ben donde, ché gli attori sono lungi dal fornire interpretazioni da oscar) e un flop al botteghino (uscì solo in 15 sale italiane), racconta la storia di un gruppo di amici di provincia (la provincia tanto cantata da Max Pezzali negli anni, specie agli esordi), con Max nel ruolo di se stesso e – nel gruppo di amici – un giovane e bello Dario Cassini ad emergere sugli altri.
Ci sono dei camei notevoli (Jovanotti e Saturnino) e la presenza di alcune belle dei ’90, come Natalia Estrada, Sabrina Salerno (che fa Annabella ed è la figlia di un negoziante di pellicce di Pavia…) ed Alessia Merz, che fu scelta al posto di Angelina Jolie – ma questa è un’altra storia.
Diretto da Stefano Salvati, è un film che oggi sarebbe colpito dalla scure del politically correct: c’è un amico della compagnia che inquadra solo tette e culi, ci sono schiaffi assortiti alle donne, tic vari ed eventuali e sicuramente dimentico altre robe che oggigiorno non sarebbe possibile proporre in tv. Ma quelli erano i ben poco rigorosi anni ’90, di cui la versione completa del film presente su YouTube che vi proponiamo in coda è importante testimonianza – anche perché è intervallata dalle pubblicità di Italia 1.
Si tratta infatti della prima messa in onda del film in TV (nel novembre del 1999) e le vibe date anche dalle pubblicità (specie quelle che richiamano l’imminente 2000) sono irreplicabili.
Cos’altro rimane di questo film (che altro non è che una sorta di summa di video musicali – in una struttura che ricorda più un musicarello anni ’60 che un canonico film)?
Le battute di dubbio gusto, i balletti assolutamente cringe (che però oggi con TikTok e Sal Da Vinci potrebbero avere un loro perché) e il momento di metacinema finale (con i finali alternativi in cui viene citato “il biondino quello che..”, con un riferimento poco rispettoso ai balletti di Repetto).